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  francobruno Il blog di Franco Bruno
 
Giustizia
 


Nessuno vi può dare la libertà.
Nessuno vi può dare l'uguaglianza
o la giustizia.
Se siete uomini, prendetevela.

email:
francesco.bruno@senato.it
 


Ospite della trasmissione Rai Uno mattina del 2 febbraio 2010.

Seduta del Senato n. 309 del 12 /01/2010
sui fatti di Rosarno.








 


28 novembre 2009

Assolti Prodi e Carnevale

Indubbiamente bisogna riflettere bene e poi ancora riflettere e riflettere, ma non si può più evitare di mettere mano a qualche riforma sulla giustizia che la renda più celere, più equa e meno malleabile verso scopi differenti da quelli costituzionali. Sia chiaro in premessa che per come la pensiamo noi la stragrande maggioranza degli appartenenti al sistema giudiziario è formata da persone perbene, capaci di abnegazione inusuale e di particolare coraggio. Anche per questo bisogna fare uno sforzo serio per trovare le risorse necessarie per completare gli organici e dotare il sistema delle tecnologie e delle strumentazioni necessarie. Tuttavia in un sistema che a modo suo e per certi versi funziona, esistono degli insopportabili buchi che finiscono per renderlo indifendibile. Prendiamo ad esempio la famosa vicenda giudiziaria denominata “Why not?”. E’ di questi giorni la notizia che una serie di imputati sono stati scagionati perché un giudice ha ritenuto sostanzialmente forzati e fantasiosi i collegamenti ricostruiti nell’inchiesta. Qualcuno, sicuramente gli indagati, saranno soddisfatti che giustizia è stata alfine fatta. Intanto, nel frattempo, in Italia è cambiato tutto. E’ stato inquisito il Presidente del Consiglio e il Guardasigilli. La vicenda ha contribuito alla caduta di un governo nazionale di centrosinistra, alla successiva vittoria di Silvio Berlusconi e della Lega, all’introduzione in Italia del federalismo fiscale, alla ripartenza del progetto del Ponte sullo stretto, allo scempio dei fondi FAS, alla riforma Gelmini, a Minzolini direttore di Tg1, ecc., ecc.. E’ tutto questo anche perché una battuta di spirito sulla “Loggia di San Marino” è stata presa sul serio da grigi investigatori e da magistrati che, a detta di alcuni, probabilmente volevano già lasciare la toga e dedicarsi alla carriera politica. Intanto, nel frattempo, in Calabria è cambiato tutto. Qualcuno si è ammalato gravemente, qualcuno si è ammalato ed è morto, qualcuno è stato massacrato dall’opinione pubblica attraverso operatori dell’informazione che, come i migliori avvoltoi, pur di vendere qualche copia in più hanno presto imparato come manovrare la gogna pubblica. Ricordate tutti quegli articoli con cui si annunciavano ogni settimana imminenti arresti? Sono state cambiate intere giunte. Adamo è stato fatto fuori dal governo regionale. Hanno tremato tutti i migliori palazzi d’Italia. Il Csm è stato sull’orlo di una crisi irreversibile. Le forze dell’ordine sono state utilizzate per perquisire i tribunali (sic!). Ed intanto il magistrato in questione si è potuto candidare, nel partito di un altro ex magistrato e nello stesso contesto sul quale fino al giorno prima indagava. Incredibile. Noi pensiamo che non sia accaduto, ma com’è possibile convivere col solo dubbio che tutto quanto sia avvenuto in maniera premeditata? Com’è possibile il solo pensare che tutto questo, a prescindere se è accaduto realmente, sarebbe potuto succedere in maniera premeditata? Per la nostra convivenza civile, per la stessa sopravvivenza della Democrazia, la rule of low è troppo importante per non chiarire fino in fondo questo dubbio, questo sospetto, questo atroce tarlo. Ribadiamo di non sapere se tutto questo è accaduto, quel che sappiamo è che poteva e può ancora accadere perché tanto non pagherà mai nessuno. Nessun magistrato indagherà un altro magistrato e, verificato celermente se ha agito con dolo, lo punirà, oppure, verificato celermente se ha agito con imperizia, lo allontanerà dalla magistratura. Fosse anche solo per questo, alcune riforme del sistema giudiziario diventano assolutamente necessarie ed indispensabili per impedire ogni utilizzo improprio dei poteri della magistratura inclusi quelli tipici del cieco giustizialismo.




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10 giugno 2008

Intercettazioni e privacy

Oggi sulle prime pagine del Riformista e di Europa si da notizia di una proposta da me presentata al Senato per l'istituzione di una Commissione d'inchiesta sul  fenomeno delle intercettazioni telefoniche, telematiche ed ambientali, insieme ad altri quattro colleghi del PD (Rossi, Molinari, Bosone e D'Ubaldo a cui si sono aggiunte le firme di Bianchi, Papania e Cossiga). Ovviamente la proposta si inserisce in un clima infuocato dall'iniziativa di Berlusconi e del Governo di presentare un ddl per regolamentare il rapporto tra lo strumento d'indagine e il diritto alla riservatezza delle comunicazioni dei cittadini. Ci sono state delle distorsioni nell'utilizzo delle intercettazioni: dialoghi ed opinioni di gente che non era indagata finite sui giornali; fatti e circostanze non utili alle indagini spiattellati ai quattro venti; il fenomeno del ricorso continuo a ditte specializzate per attivare il grande orecchio; la quantità delle comunicazioni intercettate; la sensazione che in certi casi non si sono perseguiti fatti ma indagate persone fino a scandagliarne l'intera esistenza; l'impressione che alcune volte l'intercettazione non serviva a suffragare un'ipotesi di reato ma serviva per trovare il reato, ecc.. Insomma la materia è complessa perchè si scontra con l'esigenza di combattere criminalità e illegalità. Ecco perchè potrebbe servire una Commissione d'inchiesta, snella e di breve durata, al fine di consentire al Parlamento di legiferare con maggiore cognizione. Vedremo come andrà a finire. Per intanto mi piacerebbe sapere cose ne pensate voi...   




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4 luglio 2007

A proposito di indulto

Intervento del Sen. Franco Bruno dopo l’approvazione del provvedimento di indulto da parte del Parlamento


(pubblicato su Il Quotidiano del 2 agosto 2006, con il titolo «Analizziamo anche le ragioni politiche»)


Caro direttore,
ho visto che il suo giornale ha dato giustamente ampio spazio alle questioni riguardanti l’indulto. Noto anche che nell’opinione pubblica vi è una percezione prevalentemente negativa del provvedimento adottato, anzi, per dirla tutta, appare una scelta fortemente impopolare. Io sono fra coloro che ha votato a favore dell’indulto e non ho imbarazzo a dichiararlo persino nella consapevolezza che appena qualcuno dei beneficiari tornerà a delinquere ci sarà chi tenterà di farci pagare, sul piano morale e politico, le posizioni assunte. Anche per questo le chiedo ospitalità per provare a spiegare sinteticamente alcune delle mie ragioni. Non mi riferisco tanto alla fattispecie dei reati esclusi, al fatto che l’indulto non cancella il reato, alla constatazione che il beneficio è revocato di diritto se chi ne usufruisce commette un nuovo delitto, al problema del sovraffollamento carcerario, che finisce per definire di fatto un ulteriore inaccettabile aggravio rispetto alla pena da scontare secondo giustizia. Parlo invece di ragioni politiche e culturali. L’ultimo indulto fu concesso nel 1989, e dal 1992, con legge costituzionale, è prevista una maggioranza dei due terzi dei componenti delle Assemblee per concederlo, così come per l’amnistia. Eravamo allora, in sostanza, a ridosso della fine della cosiddetta prima repubblica, cadeva il Muro di Berlino, con tutte le sue conseguenze, iniziava a strutturarsi il sistema bipolare. La legge costituzionale sull’indulto si riformava di conseguenza. Finivano i tempi degli indulti e delle amnistie concesse con una certa frequenza, alcune delle quali, è bene ricordarlo, di grande valore storico e politico come ad esempio quella concessa su iniziativa di Togliatti. Non ho certo la pretesa di pensare che si tratti di un provvedimento della stessa portata. Tuttavia mi serve per ricordare che questo è un Paese che ha una sua coscienza delle carceri e della questione dei detenuti che non è solo frutto di un’antica impostazione di sinistra - che guardava le carceri come particolare strumento di lotta di classe - ma all’ispirazione cristiana, richiamata da Giovanni Paolo II nel suo famoso discorso alle Camere congiunte. L’applauso conseguente, non tanto il discorso in se, rappresentava un impegno e un obbligo per il Parlamento. La verità è che le carceri testimoniano per alcuni di noi la sofferenza e il limite della città dell’uomo. Non è un caso che, da sempre, carcerari e ospedali sono nel centro delle città, ad impedire qualsiasi rimozione dei luoghi della sofferenza e del dolore. Occuparsi degli infermi e dei carcerati era ed è un obbligo per chi si richiama ad un’ispirazione cristiana della società. Per dirla in altro modo, la privazione della libertà che la società con le sue regole sancisce, riguarda tutti noi e non solo i detenuti. Certo i tantissimi problemi non si risolvono d’incanto con l’indulto. Abbiamo la consapevolezza che bisogna inverare il dettato costituzionale che, all’’articolo 27, ci richiama ad un concetto civile della responsabilità penale e ad un significato profondo della pena, non fine a se stessa, ma di recupero morale e civile. C’è la necessità di reperire i fondo necessari, di riformare il sistema giudiziario, di garantire giustamente la sicurezza di “Abele”. C’è poi l’urgenza di guardare dentro le carceri e individuare percorsi di reinserimento reali. Stiamo provando a lavorare su tutto ciò. Ad esempio al Senato, insieme al Presidente Finocchiaro e ad altri, presenteremo quanto prima una legge che riconsideri le misure alternative alla detenzione. A Cosenza poi esiste una particolare sensibilità sull’argomento, cito solo per brevità le battaglie di Corbelli e la stessa ipotesi, che stiamo approfondendo con il Sindaco, di istituire il “Garante dei diritti dei detenuti”. Segnalo anche l’Odg approvato dalla Camera dei Deputati, primi firmatari gli On. Oliverio e Laratta, e al Senato, primo firmatario io stesso, in merito alla crudeltà della carcerazione delle madri detenute con figli, causata solo dall’inefficacia di disposizioni di legge inadeguate e senza la copertura finanziaria necessaria. Insomma abbiamo la consapevolezza di partecipare ad una straordinaria stagione di riforme e di avanzamento del nostro Paese anche su questi temi. Possiamo anche sbagliare, ma nessuno, specie per speculazione politica e di visibilità, potrà impedirci di farlo in coerenza con le nostre ispirazioni culturali e politiche.




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4 luglio 2007

I Paradossi del caso Pacenza

Intervento del Sen. Franco Bruno a cinque giorni dall’arresto dell’on. Franco Pacenza, capogruppo DS nel Consiglio regionale della Calabria, poi scarcerato dal Tribunale della libertà
(pubblicato su Il Quotidiano del 21 agosto 2006, con il titolo «I paradossi di un caso da saper leggere»)

Forse, sul caso Pacenza dovremmo evitare di generalizzare e soffermarci sull’essenzialità della questione senza volere a tutti i costi trarne valutazioni di sistema. Pacenza è accusato di aver favorito alcune persone nel cercare un lavoro decente e di essersi opposto ad alcuni licenziamenti. Ragionando per paradossi potremmo dedurre che se le accuse si rilevassero fondate si tratterebbe per la Calabria di un fatto straordinario, sostanzialmente rivoluzionario. Un politico che si occupa di tali cose, nella terra dei disoccupati cronici, turba chiaramente l’ordine sociale consolidato ormai da decenni. C’è il rischio che altri politici si lascino contagiare dall’esempio di Pacenza e, comunque, questi può reiterare l’odioso reato: continuare ad interessarsi dei disoccupati e di chi rischia di perdere il posto di lavoro. Sempre per paradosso è chiaro che risulta socialmente più pericoloso il comportamento di Pacenza e non di chi è accusato di essere sceso in Calabria a compiere truffe e ad appropriarsi indebitamente di milioni di euro, alla quale cosa, in fondo, da queste parti siamo abituati. Fuori dalle provocazioni la domanda alla quale ognuno di noi è chiamato a rispondere è in verità semplicissima: con queste motivazioni è giusto finire in galera? E necessita di risposte altrettanto semplici: sì o no. Senza ulteriori commenti. Che c’entra l’autonomia della Magistratura, lo scontro tra i poteri della Stato, i meccanismi di sostegno all’imprenditoria, lo spoil system, l’indulto, il ritardo strutturale della Calabria, l’inadeguatezza della classe politica, il Consiglio regionale, la ‘ndrangheta, tangentopoli e via dicendo? Nessuno di noi ha attaccato la magistratura ma alcuni abbiamo trovato abnorme un singolo atto prodotto da alcuni magistrati. O anche i singoli atti, ancorché così celermente confezionati da singoli magistrati, vanno ritenuti a prescindere infallibili? Successivamente abbiamo risposto ad un esponente politico che ha ritenuto di contestare la nostra libera iniziativa, garantita dalla costituzione italiana, e che, a nostro avviso, prova a strumentalizzare questa vicenda con argomentazioni simili a quelle di esponenti di AN e della destra estrema. E lo stesso politico che pur provenendo dalla magistratura finisce da tempo per essere uno dei peggiori testimonial del potere giudiziario rispetto al quale noi altri ci siamo sempre comportati correttamente e lealmente. E lo stesso politico che ha necessità esistenziali di tenere sempre viva la sua personale nostalgia dei tempi di Craxi, dove, per inciso, molti di noi non c’eravamo neppure. Ed abbiamo visto altre tiepidezze, doppipesismi, comportamenti omissivi e un po’ codardi. La sostanza non cambia. Per quanto mi riguarda, allo stato dei fatti, è stato commesso un evidente errore di proporzioni tra il provvedimento adottato e le accuse mosse. Mi auguro che gli stessi esponenti del sistema sociale e politico regionale assumino posizioni chiare nel merito della vicenda. Quello che è certo e che nessuno potrà impedirci di esprimere liberamente e nei modi che riterremo opportuni il nostro pensiero su una faccenda che riguarda l’onore e la dignità di un leader calabrese riconosciuto ed apprezzato per la sua passione e per le sue qualità.




permalink | inviato da francobruno il 4/7/2007 alle 21:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


4 luglio 2007

Di Foucault, di Montesquieu, di Stucka e di responsabilità.

Questo è un articolo sull'amministrazione della giustizia che ho scritto qualche tempo fa. Mi sembra utile riproporlo.

Parlare di questi tempi di giustizia, e farlo da parlamentare calabrese, non è esercizio agevole. La cadenza degli avvenimenti impedisce di trovare un periodo di tranquillità per svolgere una riflessione avulsa dal contesto. Da questa estate poi, la politica calabrese, ma non solo la politica, è scossa e condizionata da molteplici vicende giudiziarie. Conosco i rischi dell’argomento: bene che vada si incappa nell’accusa di difesa di casta. Ma non è questo lo spirito che mi anima, anche se sottolineo il positivo comportamento di molti che può essere riassunto in quanto affermato da Enzo Sculco in una pubblica manifestazione: “Signori ho solo una cortesia da chiedervi. Di avere pazienza come ne ho io. Semplicemente questo e niente di più.” Parole che indicano la precisa volontà di volersi semplicemente difendere attraverso le regole dentro il processo. Finito l’inciso, confesso che la molla che mi spinge a scrivere è proprio la posizione di alcuni magistrati, le riflessioni che insieme ci scambiamo, il dibattito in corso, gli articoli che leggiamo. Ad esempio ho letto e discusso, ultimamente, di custodia cautelare e di riforma della stessa. Ho sentito della necessità che trattandosi di un provvedimento restrittivo particolarmente delicato forse sarebbe opportuno correggere l’applicazione della misura estendendo la decisione ad un collegio di magistrati sottraendola ai singoli. Poi ho letto di Foucault, della necessità di far evolvere residue impostazioni inquisitorie verso forme semplicemente accusatorie, di evitare che la semplice notizia di indagine produca condanne, quantunque sociali, difficilmente riparabili. Insomma, per farla breve, si avverte proprio da parte della Magistratura, nonostante le esagerazioni legislative oggettivamente avvenute in tempi recenti, la necessità di ripensare ruoli e funzioni nell’interesse più generale e collettivo. Di giustizia, di separazione tra i poteri, di indipendenza tra loro, si discute fin da tempi de “Lo spirito delle leggi” di Montesquieu. Tuttavia sarebbe ingenuo ritenere che sia tutto immutato. L’idea del magistrato che si muove in sintonia al testo della legge, che la interpreta al meglio e che quindi in qualche modo esercita una funzione "conservatrice" dell’ordine costituito si è, in alcuni risvolti, evoluta. Non è affatto detto che ancor prima che negli stessi indirizzi propri della Magistratura questa evoluzione non si sia alimentata di appartenenze culturali, formative, universitarie, che hanno supportato l’idea del magistrato che favorisce l’avanzamento della società producendo sentenze che posseggano in sé consenso sociale. Non siamo più alla “Funzione rivoluzionaria del diritto e delle Stato” di Stucka e tuttavia alcuni atti potrebbero essere letti, se guardati senza malizia ma solo con criticità, funzionali ad interpretare un ruolo di manlevatrice di presunti mali o malfattori sociali. Un modo per accompagnare l’evoluzione della società interpretando l’orientamento e il consenso dell’opinione pubblica. E qui mi permetto alcune riflessioni. In primis non è inutile segnalare che l’impostazione descritta è abbastanza datata rispetto ad un’altra più condivisa in occidente, che ha rimesso al centro la certezza del diritto come riferimento principale dell’azione del magistrato. Non vorrei che nei nostri circuiti arrivassero al solito tendenze culturali in forte ritardo. So bene che nel nostro ordinamento esistono diversi gradi di giudizio e che “spessissimo” gli equilibri funzionano. E però non è sempre vero e anche quando le cose si aggiustano la tutela del diritto non ha più quella immediatezza indispensabile. Poi siamo sicuri che si possa interpretare così facilmente l’opinione pubblica? Esiste ormai una fiorente casistica in cui persino società specializzate nell’individuare flussi e tendenze dell’opinione pubblica prendono abbagli colossali, come ben sa il circuito della politica. Ma se poi la pubblica opinione è quella stessa che spesso si vorrebbe orientare attraverso la stampa, alla quale altrettanto spesso si passano informazioni e notizie giudiziarie, con tempistiche particolari, che finiscono, in buona sostanza, per alimentare una discussione tra addetti ai lavori o comunque dentro certi circuiti, non si corre il rischio di provare ad assommare contemporaneamente il ruolo di formatore, di orientatore, di informatore, di giudice e di politico? Altro che separazione dei poteri. L’altra riflessione èche la celerità della giustizia è un fattore di competitività dei sistemi territoriali. Per carità non mi scandalizzo certo nell’osservare, con sguardo attento e non ostile, quello che avviene nelle varie gerarchie che pure esistono all’interno della Magistratura e dei Tribunali. Si trattasse di cinetica chimica direi che basterebbe attendere sulla base del principio di Le Châtelier: “aspettiamo e il sistema tenderà da se a ritrovare l’equilibrio originario”. Invece il mondo non si ferma e non si fermano gli altri territori e le altre comunità. Non possiamo per troppo tempo sentirci dire da imprese e investitori che in Calabria oltre l’handicap criminale, oltre agli altri fattori di penalizzazione, oltre al gap infrastrutturale, esiste una preoccupazione a intraprendere e a delocalizzare legata al rapporto conflittuale tra istituzioni e magistratura. Sia chiaro non sto affatto chiedendo di non perseguire reati, ne tanto meno impunità di sorta per chicchessia. Sto solo segnalando un ulteriore problema. In altre regioni le istituzioni e la politica coccolano gli agenti dello sviluppo, li sostengono, li cercano, li aiutano. Oggi da noi il sistema è collassato, impaurito, intimidito, preoccupato. Capisco da me che questo è un ragionamento “scandaloso”. Aspetto reazioni infastidite e qualche ingiuria, magari anche in buona fede. Tuttavia resto del parere che nel Paese, e in particolare in Calabria, ci sia la necessità di un patto ancora più forte di quelli usuali tra politica e magistratura. Proprio per questo non voglio esimermi dal chiedere a tutti un esercizio maggiore di responsabilità. E chi ha maggiori ruoli mi auguro eserciti maggiormente questo esercizio nobile e degno della responsabilità.




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